La cosa che più di tutte ho cercato di far emergere dalla contro-storia dell’epidemia è che gli apparati dello Stato sono schierati a difesa della classe imprenditoriale, senza distinzioni di colore o di partito. Mi sembrava che emergesse un quadro chiaro: le dichiarazioni degli esponenti delle organizzazioni di imprenditori, Confindustria per prima, si riflettevano immediatamente in dichiarazioni identiche o simili da parte dei politici il giorno dopo. Ai diversi livelli dell’apparato statale vedevo un invariante. Tutta la vita, e in particolare la sua gestione politica, il suo ordinamento e il suo disciplinamento, doveva essere regolata – e regolamentata – sul ritmo degli affari, cioè sui ritmi determinati dalle necessità della classe imprenditoriale. Questo a qualsiasi livello della macchina statale.

Nel concreto quest’invarianza mi sembrava realizzata in generale su questi assunti:

  1. Minimizzazione, per quanto possibile, del lockdown produttivo.
  2. Sostegno all’attività imprenditoriale tramite liquidità, garanzia dei prestiti, assorbimento dei salari.
  3. Proibizione delle attività ricreative all’aperto, anche solitarie ed a rischio zero.
  4. Controllo capillare degli spostamenti e disciplinamento forzato della popolazione da parte delle forze dell’ordine.

Tutte queste misure danneggiano la classe lavoratrice almeno quanto sostengono la classe imprenditoriale. La minimizzazione del lockdown costringe milioni di lavoratori a recarsi al lavoro, esponendosi al rischio di contagio sotto il ricatto della perdita del salario. Per chi viene fermato dal lockdown, l’assorbimento del salario da parte dello stato causa una riduzione del salario. La proibizione delle attività all’aperto elimina ogni residua possibilità di disporre del proprio tempo e persino dello spazio in modo libero ed autonomo. Il controllo capillare degli spostamenti espone agli abusi delle forze dell’ordine, come dimostrano le numerose ammende comminate arbitrariamente: una semplice passeggiata solitaria rischia di costare una parte consistente del proprio stipendio, e una condanna penale.

Vedevo dunque un quadro emergente in cui lo stato mostrava la sua incapacità di mediare il conflitto di classe, e un appiattimento assoluto sulle esigenze del capitale, dai comuni alle regioni al governo, dunque indipendentemente dal livello dell’amministrazione.

Chiaramente è più complesso di così, i politici hanno relazioni dirette con la classe imprenditoriale, ed ai vari livelli degli apparati dello stato corrispondono relazioni con diversi gruppi di potere e di pressione (e con i loro rappresentanti), con interessi a volte sovrapposti, a volte in aperto contrasto: evidentemente il proprietario di un bar non ha interessi analoghi agli Agnelli e la Fiat.

Ho iniziato a pormi questa questione in termini più problematici dopo la rilettura di due articoli, entrambi di respiro decisamente più ampio dei temi che intendo trattare io, e che reputo proprio per questo molto interessanti. Il primo è un articolo della rivista marxista cinese Chuang (e tradotto da Infoaut) e traccia un quadro politico complessivo della gestione dell’epidemia in Cina; il secondo è un’intervista a Raffaele Sciortino, pubblicato su Commonware, Kritik3 di DeriveApprodi e su Infoaut.

In entrambi i testi si evidenzia una certa inefficacia nella comunicazione tra i diversi livelli della macchina statale, in particolare la carenza delle amministrazioni locali nel fungere da cinghie di trasmissione delle direttive emanate e/o imposte dal governo centrale.

Il primo testo ne parla in particolare per quanto riguarda la Cina, e si esprime così:

“The viral outbreak was in every respect assisted by poor connections between levels of the government: repression of “whistle-blower” doctors by local officials contra the interests of the central government, ineffective hospital reporting mechanisms and extremely poor provision of basic healthcare are just a few examples. Meanwhile, different local governments have returned to normal at different paces, almost completely beyond the control of the central state (except in Hubei, the epicenter).”

E ancora:

“… the full deployment of state resources actually began with a call for volunteer efforts on behalf of locals. On the one hand, such a massive disaster will strain any state’s capacity (see, for instance, hurricane response in the US). But, on the other, this repeats a common pattern in Chinese statecraft whereby the central state, lacking efficient formal and enforceable command structures that extend all the way down to the local level, must instead rely on a combination of widely-publicized calls for local officials and local citizens to mobilize and a series of after-the-fact punishments meted out to the worst responders (framed as crackdowns on corruption).”

Il secondo testo estende la riflessione anche all’Occidente:

“Il gioco tra centro e periferia dello Stato cinese è stato sempre presente, ma questa dialettica tra politico-centrale e amministrativo-periferico la vediamo in atto in piccolo anche in Italia – pensiamo alla querelle tra regioni e Conte… abbiamo visto qui sia la dinamica regioni-centro, ovvero l’iniziale “Milano non si ferma” contro la chiusura voluta dal governo”.

Questi interventi mi hanno spinto a rimettere in discussione le conclusioni che avevo tratto in un primo momento. Allora sono andato a ristudiare più nel dettaglio la dinamica tra stato e regioni per trarne delle conclusioni più accurate, e scoprire non solo i contrasti tra la classe lavoratrice e quella imprenditoriale, ma anche quelli esistenti all’interno della stessa classe imprenditoriale, che si riflettono sulle rispettive rappresentanze politiche, per tracciare un quadro più preciso che tenga conto in modo più accurato dei contrasti e delle convergenze tra i diversi gruppi sociali.

Vale la pena di osservare i vari passaggi da vicino per formulare alcune considerazioni.

Le prime misure: 23 febbraio

Dopo l’istituzione delle zone rosse iniziali, già il 22, le regioni del nord hanno varato le prime misure di contenimento il 23 febbraio. Il testo della Regione Lombardia, consultabile in Gazzetta Ufficiale, prevedeva, in quest’ordine:

  1. La sospensione di manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura, di eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato, anche di carattere culturale, ludico sportivo e religioso, anche se svolti in luoghi chiusi aperti al pubblico.
  2. Chiusura dei nidi, dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado, nonché della frequenza delle attività scolastiche e di formazione superiore, corsi professionali, master, corsi per le professioni sanitarie e università per gli anziani a esclusione di specializzandi e tirocinanti delle professioni sanitarie, salvo le attività formative svolte a distanza.
  3. Sospensione dei servizi di apertura al pubblico dei musei, dei cinema e degli altri istituti e luoghi della cultura nonché dell’efficacia delle disposizioni regolamentari sull’accesso libero o gratuito a tali istituti e luoghi.
  4. Sospensione di ogni viaggio d’istruzione, sia sul territorio nazionale sia estero;
  5. Previsione dell’obbligo da parte degli individui che hanno fatto ingresso in Lombardia da zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Oms, di comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria competente per territorio, che provvede a comunicarlo all’Autorità sanitaria competente per l’adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva.
  6. Chiusura di tutte le attività commerciali, ad esclusione di quelle di pubblica utilità e dei servizi pubblici essenziali: bar, locali notturni e qualsiasi altro esercizio di intrattenimento aperto al pubblico sono chiusi dalle ore 18:00 alle ore 6:00; per gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati è disposta la chiusura nelle giornate di sabato e domenica, con eccezione dei punti di vendita di generi alimentari; per le manifestazioni fieristiche, si dispone la chiusura.

L’Emilia, il Veneto e il Piemonte hanno disposto ordinanze molto simili, tutte controfirmate dal Ministero della Salute, quindi in accordo col governo centrale.

Conferenza Stampa della Regione Lombardia del 24 febbraio

Alcuni punti sono molto interessanti, e meritano un commento. Innanzi tutto la prima preoccupazione del governo regionale era la proibizione delle manifestazioni. La scelta delle parole è interessante sono proibite anche le manifestazioni sportive, religiose o culturali, che pure sono innocue, ma sicuramente quelle politiche, che sono invece pericolose, ed infatti sono le uniche a non essere nemmeno nominate, sono date direttamente per scontate.

Il secondo punto da notare sono le decisioni sulle chiusure: la regione chiudeva i bar dalle 18 alle 6 del mattino, ma non dalle 6 alle 18, chiudeva gli esercizi commerciali ma non le attività produttive, industriali, gli uffici, etc. C’è quindi una certa incoerenza nelle misure, che va nella direzione di proibire le attività ricreative, (i bar dalle 18 alle 6, i cinema, le attività culturali) ma non le attività produttive, le attività considerate “obbligatorie”. La direzione è stata da subito quella di regolamentare i comportamenti individuali, di disciplinarli, di irreggimentarli in un certo senso. La chiusura dei luoghi di svago ha il senso innanzitutto di implementare il disciplinamento del tempo e dello spazio di vita di ciascuno, e in secondo luogo di compattare il consenso su queste misure impopolari attorno alla bandiera del contenimento del contagio. Al tempo stesso la dissidenza vietando le manifestazioni e gli assembramenti. Certamente aveva senso evitare ogni tipo di assembramento, ma bisogna sempre tenere a mente che sono stati vietati solo alcuni assembramenti. L’inefficacia di questo contenimento selettivo è risultata ampiamente evidente, e ha aperto una contraddizione enorme nelle scelte politiche operate.

Un’altra contraddizione aperta da questa misura è che tutto il settore dell’intrattenimento non domestico, da intendersi in senso lato (ristorazione, bar, cinema, teatro, eccetera), è stato colpito duramente. Questo è stato subito fermato, causando da un lato un danno significativo a tutti gli esercenti, aprendo un contrasto nel campo dell’impresa: mentre gli interessi delle imprese produttive in senso stretto (manifatturiero, industria, logistica e servizi alle imprese) venivano protette dalla chiusura, si sacrificava ad esse almeno una parte degli esercizi commerciali al dettaglio. Dall’altro lato veniva danneggiato anche l’indotto: i fornitori, cioè produttori in senso stretto, e i servizi legati alla logistica e alle consegne. Questo danno congiunto creava anche l’opportunità per la ricomposizione del contrasto.

Questo punto è fondamentale e ci tornerò più avanti.

La terza cosa da notare è la chiusura delle scuole senza una corrispondente riorganizzazione del lavoro, che ha messo in grave difficoltà le famiglie.

Infine mi sembra interessante la dicitura “previsione dell’obbligo da parte degli individui che hanno fatto ingresso in Lombardia da zone a rischio epidemiologico, come identificate dall’Oms, di comunicare tale circostanza al Dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria competente per territorio, che provvede a comunicarlo all’Autorità sanitaria competente”, che risalta 1) per la complessità dei passaggi coinvolti: il cittadino comunica all’Azienda sanitaria competente che a sua volta comunica all’Autorità sanitaria competente che deciderà che misure prendere, 2) per la vaghezza: si lascia libertà di decisione all’Asl, che però non è chiaro se abbia le competenze adeguate a determinare le misure necessarie, che non vengono determinate in modo chiaro, nemmeno in via ipotetica.

Questa vaghezza comunicativa sulle misure sanitarie è stata una costante di tutta la gestione e ritornerà in continuazione.

Le reazioni alle misure: 23-29 FEBBRAIO

Le reazioni alle misure dei giorni immediatamente successivi sono illuminanti sulla dinamica che si è sviluppata tra governo centrale, amministrazioni locali e settori produttivi.

Vediamo prima le associazioni di produttori. Confindustria il 23 stesso dichiara: “turismo e trasporti sono i settori più colpiti ma che le ripercussioni si registrano su tutte le catene del valore. Bene l’intervento ma è necessario fare di più”. Di conseguenza chiede la sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le impese e sostegno per l’accesso al credito. Sui quotidiani lo stesso giorno sono comparse discussioni interne alla maggioranza di governo, che vertevano sulla sospensione dei versamenti fiscali e contributivi, e il sostegno per l’accesso al credito.

Sempre lunedì 24 avviene il primo crollo di borsa, Milano cede oltre il 5%, dopo aver chiuso in perdita già il venerdì precedente.

Il 26 Confindustria Lombardia pubblica una nota con indicazioni delle varie associazioni territoriali alle imprese, e il giorno dopo per voce del suo presidente dichiara che è necessario correggere il danno d’immagine all’Italia per far ripartire gli ordini dall’estero.

La puntata del Tg2 Post del 27 febbraio

Il 27 Boccia, presidente di Confindustria, Buia, presidente di Ance (Associazione Nazionale Cantieri Edili) ed il presidente di Federalberghi Firenze intervengono al TG2 Post. D’accordo coi sindacati confederali, chiedono essenzialmente “1) di governare l’emergenza nelle zone rosse, sia sanitariamente che economicamente, 2) normalizzare il paese, 3) un piano almeno triennale straordinario in termini di risposta economica”.

Chiedono poi che ci sia unità nella gestione dell’emergenza. Boccia dice: “chiediamo a tutte le forze politiche di evitare conflitti e di andare in un’unica direzione di marcia”, e Buia aggiunge: “Dobbiamo fare in modo che il legislatore torni ad unirsi, vedere tensioni istituzionali non fa piacere, dobbiamo riprendere una guida unica a livello nazionale”.

Un servizio aggiunge che a Firenze le prenotazioni per gli alberghi sono crollate dell’80%, le visite nei musei e nei palazzi d’arte di oltre il 30%. Simili situazioni si verificano in tutta Italia.

Infine si mostra che anche fuori dalle zone rosse, nelle città limitrofe, la paura blocca praticamente le attività commerciali e produttive.

Ci sono due direzioni dunque in cui la paura per il contagio ha influenzato la produzione di valore prima del lockdown. Da un lato ha agito una crisi di fiducia sugli investimenti in caso di inasprimento del contagio e delle misure di contenimento, cioè la paura dei possibili danni a catena causati da un peggioramento della situazione sanitaria. La conseguenza è stata il crollo dei mercati finanziari, con annessa perdita di capitalizzazione e maggiore difficoltà in termini di liquidità per le imprese coinvolte. Probabilmente un certo numero di piccoli investitori, cioè tendenzialmente piccoli e medi imprenditori che investono i propri risparmi, hanno visto una buona parte del proprio risparmio andare in fumo in pochi giorni.

Dall’altro lato la paura di contrarre e spargere il coronavirus ha spinto le persone a cancellare i propri viaggi, a limitare le uscite, a limitare la circolazione il più possibile. Conseguentemente è letteralmente sparito il turismo ed è crollato significativamente il commercio, con danni che si possono immaginare per tutte le filiere associate, e per l’indotto, industriale e nei servizi. In più lo stesso effetto ha agito dall’estero, spingendo molti imprenditori a cancellare i propri ordini per evitare di importare il virus, a danno dell’export.  Dunque si è assistito da subito all’interruzione delle filiere, con perdite per i fatturati delle imprese più o meno significativi un po’ a tutti i livelli ed in tutti i settori. Il turismo, la ristorazione, l’intrattenimento sono risultati da subito più colpiti, seguiti dal commercio.

Il 26 febbraio si prevedevano già una piccola recessione per il 2020, di -0.4% sul Pil, e 60mila posti di lavoro in meno principalmente nei piccoli esercizi, con 15mila micro-aziende a rischio chiusura, principalmente a causa dei danni nel turismo e dal settore fieristico.

Le spinte a ripartire mostravano dunque preoccupazione per i settori più colpiti ed avevano quindi principalmente il senso di ricompattare il fronte degli imprenditori con i commercianti e gli esercenti. Nella stessa direzione andava anche la richiesta di semplificare l’accesso al credito, necessario per tutti gli imprenditori, ma per quelli fermi a maggior ragione. Trovo notevoli due interventi che confermano il compattamento del fronte imprenditoriale: uno del 24 febbraio, della direttrice artistica del teatro Franco Parenti di Milano, che si stupisce per la chiusura dei teatri, chiedendone implicitamente la riapertura; il secondo una lettera del 26 firmata da oltre 200 bar e locali di Milano che chiedono anch’essi al sindaco Sala la riapertura, questa volta esplicitamente, e sostegno all’accesso al credito e alla liquidità.

Evidentemente sono interventi che vanno nella stessa direzione di Confindustria e Ance, e non individuano alcuna contraddizione tra la protezione garantita alle attività industriali e più direttamente produttive, contro il sacrificio imposto alle attività “ricreative”.

Il 27 infine viene lanciata la celebre campagna #Milanononsiferma su commissione dell’Unione dei brand della ristorazione italiana. La campagna si propone “di mandare un messaggio positivo. Milano è una città con molto coraggio che ci spinge a non avere paura del virus”. La campagna viene ripresa dal sindaco di Milano Sala, e si diffonde immediatamente anche a Bergamo tramite il sindaco Gori. Gli interventi ottengono l’obiettivo di riaprire i bar con servizio al tavolo. Per il momento solo i luoghi della cultura vengono lasciati a subire gli effetti dell’epidemia, ma comunque nessuna frattura viene prodotta nel campo degli imprenditori.

Bisogna evidenziare come i sindaci abbiano immediatamente fatto proprio il discorso della piccola imprenditoria, facendosi garanti dei loro interessi.

Infine un’altra nota: nella stessa puntata del Tg2 Post dove sono intervenuti Boccia e Buia, verso la fine si mostra la situazione nelle zone fuori dalle zone rosse in Veneto e Lombardia. Si dice esplicitamente che il commercio è in crisi, i negozianti preferiscono stare chiusi perché non c’è nessuno in giro e nessuno fa acquisti. Mi sembra una cosa assolutamente degna di nota perché smonta completamente l’idea dell’irresponsabilità dei cittadini, ed anche la necessità di implementare il controllo poliziesco degli spostamenti, dato che questi erano crollati anche fuori dalle zone rosse dove non c’era alcun obbligo.

Piazza del Duomo a Milano quasi deserta durante l’epidemia
Stato, regioni, comuni: la dialettica tra le istituzioni

Negli interventi degli industriali e degli edili bisogna anche notare gli appelli all’unità tra le istituzioni. Il governo li recepirà e cercherà immediatamente di accentrare il potere decisionale, anche effettuando delle forzature mediatiche per mettere sotto pressione i governi regionali.

Infatti il 24 febbraio il governo inizia a sostenere la necessità di un coordinamento nazionale tra regioni e governo per la gestione coordinata dell’emergenza. Cioè di fatto cerca di sottoporre le misure intraprese dalle amministrazioni locali al vaglio dell’amministrazione centrale, esplicitando il primo programma di centralizzazione dell’autorità statale. Ad esempio la regione Marche emana un’ordinanza per chiudere le scuole fino al 2 marzo, alla quale il Premier Conte reagisce stizzito: “nelle Marche non c’è un singolo caso, si alimenta la paura”. Nello stesso giorno Conte ha forzato la mano ed ha attaccato la sanità lombarda, accusando in particolare l’ospedale di Codogno di aver facilitato il contagio con la sua impreparazione.

Il 25 Gallera, Assessore al Welfare in Lombardia, risponde alle critiche con stupore e rivendica le misure. Afferma da un lato di aver agito di concerto col governo, e che dunque se ci sono state manchevolezze la responsabilità è dell’amministrazione centrale, poiché gli ospedali hanno seguito le indicazioni fornite.

Il 26 Repubblica interviene nella disputa tra regioni e governo con un’editoriale a sostegno dell’unità tra le istituzioni, sostenendo che il governo non dovrebbe mettersi contro il nord perché “Ha senso immaginare un governo che si regge a malapena sulle sue gambe contrapposto al Nord governato dalla Lega, salvo l’Emilia-Romagna di Bonaccini? La risposta è no”. E ancora: “l’interesse generale dovrebbe consistere nell’individuare mediazioni tramite trattative discrete, svolte in penombra, anziché annunciare sconquassi in tv”.

Nel frattempo il governo si espone con forza per ridimensionare l’attenzione sull’epidemia. Conte chiede toni più bassi alla Rai per arrestare il panico, Ricciardi dice che non c’è da preoccuparsi, il 95% guarisce, Di Maio prepara un piano sulle fake news contro l’Italia. Ancora Conte rassicura che il paese è sicuro, e invita i turisti stranieri a venire.

Come parte di questa campagna, l’ISS recepisce le indicazioni governative e cambia le linee guida per il test del tampone. Chiede che siano effettuati solo sui pazienti sintomatici, non su asintomatici o sintomatici lievi, per due motivi: 1) per ridurre il numero dei positivi risultanti dai test e aiutare la normalizzazione, 2) per effettiva mancanza di tamponi e strutture per analizzarli. Il Veneto disattende esplicitamente le indicazioni e inizia a prendere tamponi a tappeto a Vo’: il 28 tutta la popolazione Vo’ era già stata testata. La misura si rivelerà fondamentale per un contenimento del contagio più efficace che in Lombardia. Il processo avviene comunque con delle contraddizioni: a Padova erano pronti dall’inizio di febbraio ad effettuare test rapidi a chi rientrava dalla Cina, ma l’iniziativa era stata fermata dal direttore generale della Sanità Veneta.

La Lombardia invece ha anticipato le indicazioni provenienti dal governo, implementandole un giorno in anticipo (il 24, la presa di posizione di Ricciardi è del 25), condannandosi ad un contenimento inefficace e alla tragedia che tutti conosciamo. Non mi è chiaro se questo è stato fatto per scelta, per incapacità strutturale, o perché la forzatura e l’attacco esplicito di Conte hanno ridisegnato i rapporti, o perché la Lombardia si è costituita come avanguardia di questa linea minimizzatrice, che poi il governo ha poi fatto sua un giorno dopo, entrambi chiaramente sotto la spinta di Confindustria.

nel prossimo capitolo

Siamo dunque al 29 febbraio. Dal 1 marzo è iniziata una fase nuova con dei nuovi decreti sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista economico, che si conclude al 10-11 marzo, con l’entrata in vigore della “zona arancione” per tutta l’Italia. Nel prossimo capitolo mi spingerò fino a lì.

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